AACB? (acab)

Un altro viaggio, troppo lungo a segnare la distanza vera tra due vite. Un altro viaggio, un’altra notte a spaccare l’Italia, un altro giorno che comincia, un altro turno. Funziona così: vai in vacanza, a loro non importa se in vacanza o a casa, se ti assenti dal corso te la becchi lo stesso. Turno di servizio d’ordine pubblico, anche questa volta una manifestazione studentesca. A ventidue anni potrei esserci io tra quegli studenti, incazzato come loro perché le cose non sono come dovrebbero, o come potrebbero, invece sono dietro lo scudo, dall’altra parte.

Il maledetto autobus si ferma in mezzo al viale trafficato, il sole è sorto da poco in questo paese sconosciuto, il mal di schiena di una notte di quattordici ore da seduto non perdona. Non perdona l’insonnia, quel pieno di buio accumulato tra autostrade che si incrociano, di pensieri ricordi palazzi addormentati e volti di vicini sconosciuti, e dormienti – con chissà che vite sulle spalle.
Non so se pesa più questa valigia o quello che dentro non c’è, o il doverla trascinare per questo viale sterminato, illuminato dal pallido sole di novembre, al freddo senza salsedine che non mi appartiene. Circondato da colleghi, come me, che riemergono al dovere con gli occhi pieni di calore familiare, ma che non possono capire quello che ho visto io. Che è troppo denso per essere raccontato, perché un qualsiasi altro orecchio possa sentire.

Intanto i cittadini di questa città meticcia continuano a svegliarsi, a salire sugli autobus, a bere caffè progettando la giornata appena nata, assecondando il respiro di un centro che vive di vita propria, detta le sue regole e i suoi ritmi, raccoglie tutte le differenze e le fa confluire in un mondo di civiltà, di ordine. E allora chiudo gli occhi, respiro con lei: mi abbandono al ritmo che batte sottopelle, il sonno svanisce, ritrovo la calma. Sì, continuo a camminare, verso la vita che ho scelto, la fortuna di aver realizzato il mio sogno e la rarità di stare arrivando al punto cruciale – un sentiero tracciato stabile senza oscillazioni senza rischi, il mio dovere la mia fortuna. Un respiro in meno. Non sono incazzato come voi, sbagliate, io sono fortunato. Nei secoli fedele.

Siamo pronti, avanziamo schierati, l’uno accanto all’altro fin quasi a sentire la spalla del tuo collega, il tuo fratello in gioco. Casco, scudo, tonfa, pistola, radio: seguiamo la folla libera. Non siete altro che una massa di inutili scrocconi a carico di mammà, artisti visionari che pensano che lanciare fumogeni cambierà le cose, credete che vi ascolterà qualcuno. Pensate di avere idee geniali, mentre tutto ciò che avete sono i vostri vestiti sdruciti, gli inni rosseggianti, le vostre stupide etichette e una rabbia senza senso. Mi dispiace per voi.
Teniamo d’occhio la folla mentre serpeggia per le strade urlando, l’aria è satura di tensione, alcuni si distaccano dai fianchi del corteo bardati, cappuccio sciarpa per non farsi riconoscere, si infilano ovunque, rovesciano cartelloni, iniziano con i fumogeni. Gli sguardi sono puntati su di loro, la mano libera alla fondina.

All’improvviso un altro gruppo si distacca, pericolosamente marcia verso la barriera. Si avvicinano, parlano rivolti agli scudi, provocano. Dicono – Schiavi, mercenari. Dicono che quelli in gabbia siamo noi. E poi succede: sono così vicini da poterne scorgere i volti, ci guardiamo negli occhi. Avranno una ventina d’anni. Un ragazzo con gli occhiali e un maglioncino verde, un vestito civile. Ha un naso come quello di Giovanni, che ho preso in giro per anni. Una ragazza con i capelli castani, lunghi, gli occhi – occhi già visti – da donna. Il suo sguardo è infuriato, inquisitore, e in fondo agli occhi una pena che rasenta il compatimento. Le loro parole come benzina, le mani infuocate si stringono sullo scudo, sulla fondina. Intorno, nel frattempo, il caos. Ma loro si allontanano, codardi, hanno provocato a sufficienza e vogliono passare per pacifici. Dobbiamo stare calmi, dice a denti stretti l’ufficiale superiore in prima fila, stanno arrivando i rinforzi. Un’ora ancora e andiamo in pausa.

Respiro. Nel bar ci siamo solo noi, fuori imperversa la tempesta ma ci fermiamo a riprendere le forze, a tenere i nervi saldi. Metto via casco e scudo e vado fuori, mi accendo una sigaretta. Aspiro piano il fumo, piano sento il sollievo scendermi giù per le braccia, non sento quasi più i loro cori, né la musica. Riapro gli occhi ma è troppo tardi. Una manica di lana verde foderata da un giubbotto nero sbuca dal nulla, alle dita un tirapugni di metallo mi arriva ben assestato sul naso. Cado indietro.

Buio.

Quando riapro gli occhi sono in piedi, ho tra le mani scudo e manganello, intorno a me i colleghi, in bocca il sapore di metallo e sangue, che continua a colarmi giù dal mento. Io il dolore non lo sento, lo sente lui, raggomitolato per terra con la testa tra le mani, mentre lo colpisco sulla schiena, sulle mani, su quel suo naso adunco del cazzo. Piangi e urla, cosa credevi di ottenere? Siamo dell’ordine pubblico, smettila con queste menate sulla libertà, è questo il mondo che vuoi, stronzo? E potrei non avere il manganello, se fossi a mani nude t’ammazzerei direttamente

E colpisco
colpisco sempre più forte
le mani
la testa
le gambe
i calci
l’odio
il viaggio il rifiuto il mare le giornate di sole i giri in macchina i pugni le frenate le parole tutte le strade le gambe gli occhi da donna
colpisco
colpisco

Colpisco.

Buio.
Riapro gli occhi perché non ho visto più niente fino ad ora, sono in piedi, sotto la doccia nel vapore di duecento gradi, sto ancora fumando. C’è una voce familiare che mi parla dal fondo del bagno, il mio vicino di camerata mi sta raccontando cosa è successo. Perché io non c’ero, dice. Non sento le parole, afferro qualcosa come ragazzo e un mese di prognosi in ospedale, mi basta questo. Continuo a fissare il telefono della doccia, l’acqua bollente sulla faccia me ne fotto se la ferita si riapre, sta scorrendo addosso scivolando via.

acab

Quante altre prognosi riservate ci vorranno per dare un nome alla rabbia che hai dentro?

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Questa voce è stata pubblicata il 31 dicembre 2012 alle 12:55 am ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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